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L’Italia è in crisi, l’Italia centrale è in crisi, e l’Umbria è in crisi….ma ancora di più. Rispetto a tutti gli indicatori, la nostra regione affonda di più, ed anche i segretari delle maggiori firme sindacali, con un’intervista uscita qualche giorno fa, non fanno che confermare la gravità della situazione. Lasciamo per un istante da parte il dibattito politico: da quella parte fortunatamente non può uscir nulla per l’ovvia ragione che politici ed amministratori regionali vivono troppo comodamente per sentire l’urgenza della situazione e quindi porvi rimedio. Dico “fortunatamente”, perché per politici ed amministratori “fare qualcosa salvare la nave che imbarca acqua” in genere equivale a fare buchi sul fondo (due per tutti, Ikea e Decathlon), quindi credo sia meglio per tutti che i loro interventi si limitino a roboanti dichiarazioni e spaginate a quattro colonne.

Parliamo invece con coloro che l’economia la fanno – a quelli che producono qualcosa di concreto: imprenditori (cioè quelli che vivono creando e vendendo soluzioni ad un qualche problema del consumatore o dell’utente), lavoratori (cioè quelli che vivono mettendo le proprie capacità al servizio di altri in maniera organizzata per raggiungere un fine comune), professionisti (cioè quelli che vivono indicando ai primi e ai secondi come migliorare la loro maniera di lavorare) e sindacalisti (cioè quelli che vivono dando una mano a rendere più giusta la ripartizione dei vantaggi del lavorare insieme).

Credo che questi quattro soggetti dovrebbero riflettere prima di tutto su un punto: se quella che l’economia umbra sta vivendo è una situazione straordinaria (cioè non-ordinaria, non comune, inattesa, imprevista, diversa dal passato), non se ne esce con soluzioni ordinarie. Serve un cambiamento rispetto alla nostra normale maniera di agire. Alla nostra: non “dei politici”, non “degli amministratori”, non degli “altri”, ma di noi stessi. Ciascuno che sia realmente interessato a mutare l’attuale stato delle cose ha il dovere di guardare in casa propria. Personalmente sono convinto che la radice del problema sia nell’apertura all’estero, per cui mi limito a fare osservazioni su questo (è probabile che si possano estendere anche al contesto indigeno, ma in questa sede non lo faccio). L’imprenditore, che si rivolga all’”estero interno” (ad esempio attraverso il turismo in Umbria, l’immobiliare, l’accoglienza, ecc.) o all’”estero-estero” (ad esempio nell’agroalimentare, ma anche nell’elettromeccanica avanzata, nella meccatronica, ecc.) ha il dovere di chiedersi: “quanto a lungo sarò in grado di mantenere il modello di business che mi ha fatto arrivare fin qui?” Per i più fortunati, la risposta è: “abbastanza a lungo da studiarne ed implementarne uno nuovo”, mentre per gli altri è “troppo poco per evitare di essere messo sotto questo rullo compressore”. In entrambi i casi, siamo in una situazione di emergenza, con la sola differenza che nel secondo è un’urgenza che deve solo portare a minimizzare le perdite ed uscire onorevolmente da una situazione irrimediabile, mentre nel primo si tratta di un’urgenza che può (e deve!) trasformarsi nella motivazione a battere con forza strade nuove e ad abbandonare vecchie abitudini. Un esempio per tutti: riuscire a dare fiducia a persone assunte non sulla base di rapporti di amicizia o “conoscenza” (termine veramente paradossale, se ci si pensa bene) ma sulla base di competenze misurate – un mutamento che richiede, ovviamente, che l’imprenditore sia in grado di rispondere alla domanda: “tu, dove vuoi andare con la tua impresa?” e di conseguenza sia in grado di identificare (da solo o con l’aiuto di professionisti) le competenze necessarie alla nuova rotta da seguire, di trovarle sul mercato (e non tra i propri “conoscenti”), di selezionarle, e, certo, “scommettere” su delle persone “sconosciute” sapendo che l’ignoto non nasconde solo mostri terribili ma anche delle belle sorprese. Nel mio lavoro di coach e consulente aziendale ho incontrato diversi imprenditori di questo tipo – in genere, si tratta di persone timide al cui interno brucia una qualche passione non condivisa (o magari invisa) da altri, che a volte rasenta l’ossessione, e sono quindi sufficientemente marginali rispetto al “business as usual” umbro da potersi permettere veramente di rischiare. Un esempio per tutti, Giovanni Cenci, giovane vignaiolo resistente in San Biagio della Valle (PG). Eredità non facile, una famiglia di vignaioli da quattro generazioni, Giovanni ha deciso di fare una cosa molto inusuale per il panorama umbro: studiare. Formarsi, per acquisire competenze radicalmente nuove, innovare il prodotto, e portare l’azienda agraria di famiglia nel terzo millennio. Due anni di esperienza con degli “sconosciuti”, i vignaioli di Bordeaux, e di confronto con “l’estero” e con modi di vivere, vedere, e produrre vino completamente diversi da quelli radicati da generazioni nella terra Umbra. Due anni che hanno consentito a Giovanni di acquisire competenze nuove, trasformare radicalmente la propria visione, e con essa il prodotto, l’azienda, e, alla fine, proporre un nuovo modo di vivere il vino, con vendemmie notturne, incontri musicali, mostre, teatro, creando una piccola comunità di aficionados che sostiene le Cantine Cenci. Coniugando scienza enologica, arte contemporanea, architettura, un impegno politico radicalmente “no-global”, e soprattutto l’umiltà di voler apprendere qualcosa che non conosceva prima, Giovanni ha accumulato premi (l’ultimo, Slow Wine 2017, Gambero Rosso 2016, ecc.) ma soprattutto ha dimostrato che il rullo compressore può essere scartato con successo e, magari, cavalcato con piacere.

 

AngeloFanelli*

 *Ex docente Bocconi ed ex professore di Management e Risorse Umane in diverse business school statunitensi ed europee, Angelo Fanelli è nato a Perugia, dove vive e scrive libri (tra cui molto successo ha avuto il pamphlet ironico contro la globalizzazione intitolato “Fate Poco. Ovvero come un anziano settantaduenne mi convinse a mollare la gestione delle Risorse Umane per cercare una gestione umana delle risorse”, ed. liberopensatore.it, 2011), favole per bambini, spettacoli teatrali, e prodotti multimediali. Professionalmente, Angelo lavora da anni come coach di comunicazione in inglese e francese e consulente aziendale.

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