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Gli alberi e la foresta

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“Ho scelto voi perché siete brave persone che s’impegnano, perché siete un’impresa familiare, e perché in fondo nel mio animo mi sento italiano, anche se nel lavoro non lo sono”. E’ così che i miei clienti si sono sentiti rivolgere dall’Amministratore Delegato della multinazionale con la quale collaborano da un paio d’anni una proposta importante: diventare il centro della rete di vendita della multinazionale su tutto il territorio italiano. In altre parole, la piccola impresa familiare umbra per la quale lavoro da qualche tempo potrebbe divenire il punto di riferimento in Italia per l’intero mercato dei macchinari ad alto valore aggiunto prodotti dalla multinazionale (prezzo medio tra i 300 e gli 800mila euro l’una).

Lusingati e preoccupati, i miei clienti si sono rivolti a me per mettere in piedi un programma di coaching per il personale che dovrà occuparsi delle vendite: come prepararsi di fronte a questa importante sfida? Come sviluppare le competenze che servono? In altre parole, la domanda (legittima) che mi hanno posto i miei clienti è: come sviluppare dei venditori di successo in un settore contiguo, ma comunque diverso da quello nel quale l’impresa ha operato negli ultimi decenni?

Appunti di comunicazione inefficace....

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Continui pure la sua ricerca ...altrove, continui pure il suo “cazzeggiamento” su internet , fb, etc etc, tutte cose che a noi che lavoriamo veramente come si faceva molto (ahimè) tempo fa non appartengono”.

Che diresti se un’azienda rispondesse così ad un tuo feedback sui problemi riscontrati nel loro sito internet? Si tratta, ahimé, di una risposta reale, giunta al sottoscritto da un produttore umbro di farina biologica dopo che, sconsolato, avendo cercato invano sul sito di questa azienda i prezzi dei loro prodotti, o la possibilità di acquistarli online, avevo inviato una mail per evidenziare la scarsa utilità del sito. Da cliente frustrato, oltre che da supporter convinto dell’economia locale, pensavo che un feedback di questo tipo da parte di un cliente avrebbe perlomeno avuto un’utilità per l’azienda ed invece ne ho ricevuto una serie di risposte dall’umbro (ed umbratile) imprenditore offeso secondo cui, in sostanza, fare delle osservazioni ad un’impresa equivale ad essere dei “cazzeggiatori nullafacenti ” che si divertono a perdere tempo su internet e a disturbare “chi lavora veramente” (sic).

Riparare la gomma continuando a pedalare...

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Muovere i primi passi in un percorso di apertura all’estero parte dalla constatazione di un’esigenza, quella di apprendere o migliorare una lingua (tipicamente, l’inglese). Nel mio lavoro di coach di inglese e francese, nell’ultimo anno ho osservato un aumento di richieste da parte di adulti che, dopo dieci o vent’anni di lavoro in Umbria si trovano improvvisamente a dovere (a volere!) apprendere l’inglese per riqualificarsi, e per essere in grado di interagire con clienti esteri. Che si tratti di guide turistiche, autisti di vetture con conducente, ingegneri, imprenditori, manager, o titolari di agriturismo, queste persone sono in genere accomunate da diversi tratti. Il primo, la constatazione della progressiva ed inevitabile impossibilità di continuare il proprio lavoro con le modalità di sempre. Molto spesso, questa constatazione ha il sapore dello shock: “ma come, dopo una vita intera di sforzi per costruirmi un lavoro ed una posizione devo rimettere tutto in discussione? Come posso, alla mia età, anche solo pensare di rimettermi sui banchi di scuola?”. Questo shock, sempre più diffuso, non può che generare ansia, incertezza, dubbi, paura (in alcuni casi, depressione, sconforto, e questo è purtroppo l’enorme prezzo umano che la crisi attuale sta esigendo dalle persone).

Nel mio lavoro di coach, questo è il primo passo in assoluto: comprendere questo fenomeno per sviluppare delle strategie di risposta e di azione. Capire, intanto, che si tratta di un fenomeno del tutto naturale: ciascuno di noi è alla ricerca di stabilità, di sicurezza, di punti di riferimento certi sui quali contare per non affogare in quel mare tempestoso che è il mondo del lavoro del 21° secolo: trovarsi a “buttare a mare la zavorra” non può che far nascere un notevole insieme di dubbi, perplessità, incertezze.

A Casa dello Yogi

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Può esserci una relazione tra mondo delle imprese e yoga?

Non è forse l’antica disciplina del subcontinente indiano qualcosa di “riservato” ai vari hippy, figli dei fiori e apocalittici vari del nostro tempo?

Come direbbe Di Pietro: “che c’azzecca?”.

C’azzecca, eccome.

Perlomeno per quanto riguarda il sottoscritto.

Approfitto della recente pubblicazione del mio nuovo libro, “A Casa dello Yogi: Esperienze di Yoga nell’Ashram Italiano” (edizioni liberopensatore.it) per stendere qualche riflessione in merito.

 

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Parto da una constatazione. Viviamo in nella cosiddetta “società della conoscenza”, dove purtroppo per “conoscenza” si intende prima di tutto conoscenza intellettuale: vale a dire, un insieme di cognizioni che, localizzate nella corteccia cerebrale, possono essere facilmente trasformate in “prodotti e servizi” attraverso il semplice uso di una tastiera (mi scuso per la semplificazione, chi volesse approfondire mi contatti e posso consigliargli diverse letture in merito).

Il punto che a volte dimentichiamo è che, purtroppo, non tutto può essere ridotto a questo livello di “conoscenza” e molto spesso ciò di cui sentiamo la mancanza nella nostra attuale società tecnologica è proprio qualcosa che trascenda da questo ambito.

Mi permetto di usare una storia citata dal grande neuro-scienziato V.S. Ramachandran nel suo libro “L’Uomo che Credeva di Essere Morto” (Mondadori 2012). Un antico mito indiano racconta che Brahma, il Dio della Creazione si trovò a mettersi le mani nei capelli poco dopo aver creato tutto l’Universo.

“Perché sei triste?”, chiese la sua consorte Saraswati. Purtroppo, pur circondato da fiori, uccelli, alberi, musica e la magnifica Gloria delle Amministrazioni Pubbliche Italiane, “gli uomini che ho creato non apprezzano affatto la bellezza della mia creazione, e senza questo apprezzamento, tutta la loro intelligenza non vale nulla” (il sospetto che forse sarebbe stato meglio fermarsi alla musica non sfiorò Brahma). Al che, la dea Saraswati reagì donando all’umanità l’arte. Il senso estetico, quindi, come “antidoto” o, se vuoi, come naturale riequilibrio di un mondo che non può essere fondato solamente sulle elucubrazioni intellettuali ma che ha bisogno di connettersi ad una sostanza, la bellezza, che incorpora non solo l’estetica, ma anche l’etica, la giustizia, e l’armonia.

Penso che a questo punto sia chiaro il succo del mio discorso: il buco nero del mondo contemporaneo, ed in particolare il mondo delle aziende, è una “genetica” diffidenza, quando non una vera e propria idiosincrasia, per tutto quello che non è misurabile, quantificabile, trasformabile in cifre e lettere tangibili. Uno degli elementi che appartengono a questo dominio è il corpo, e con esso l’equilibrio e l’armonia della persona che lo abita – e per questo è diventato quasi un archetipo della nostra società l’uomo di successo dal punto di vista professionale che vive una esistenza miserabile dal punto di vista familiare, sociale, amicale, quando non direttamente dal punto di vista della salute fisica e mentale.

Riconnettersi a questa dimensione – una dimensione dove non ci sono obiettivi da raggiungere, dove la velocità è meno importante della gentilezza, dove la non-violenza è privilegiata rispetto alla aggressività, dove la priorità è quella di uno sviluppo equilibrato e di un altrettanto paziente lavoro sulla guarigione dalle innumerevoli malattie che affannano il nostro tempo – può, paradossalmente, aiutare il mondo aziendale a crescere in modo più sano. E soprattutto, a fare in modo che chi quel mondo lo vive quotidianamente – i manager, gli imprenditori, i lavoratori, i sindacalisti (lasciamo da parte i politici, che si nutrono di altre materie) – possa prendere decisioni appoggiandosi ad un proprio equilibrio interiore fondato sulla serenità e sulla salute. Gli antichi latini dicevano “mens sana in corpore sano”, ed estendendo questo detto alla nostra società è impensabile una “società della mente” sana quando il corpo delle persone che la compongono è malato, stressato, afflitto da mille ed una condizioni patologiche.

Il libro A Casa dello Yogi parla di questo, e lo fa in prima persona perché dopo vent’anni come specialista di leadership e management mi sono trovato nella condizione di voler individuare delle vie d’uscita alla malattia che, nel frattempo, mi aveva colpito – e nel trovarla in una pratica come quella dello yoga. Questo volume è il racconto della mia esperienza di sei anni con la pratica dello yoga, oltre che un esperimento con la distribuzione via internet poiché il volume è acquistabile, al momento, solamente QUI (spedizione gratuita in tutta italia):

 

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Spero che possa essere d’aiuto a chi è convinto che il successo professionale non possa essere scisso dal successo personale.

 

AngeloFanelli*

 

 

 

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*Ex docente Bocconi ed ex professore di Management e Risorse Umane in diverse business school statunitensi ed europee, AngeloFanelli è nato a Perugia, dove vive e scrive libri (tra cui molto successo ha avuto il pamphlet ironico contro la globalizzazione intitolato “Fate Poco. Ovvero come un anziano settantaduenne mi convinse a mollare la gestione delle Risorse Umane per cercare una gestione umana delle risorse”, ed. liberopensatore.it, 2011), favole per bambini, spettacoli teatrali, e prodotti multimediali. Professionalmente, Angelo lavora da anni come coach di comunicazione in inglese e francese e consulente aziendale.

 

Vuoi renderti infelice? "Fidati solo di ciò che conosci"

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L’idea di “aprirsi all’estero” può sembrare un semplice slogan. Provo a svilupparla, per dare qualche indicazione concreta per imprenditori e lavoratori interessati a questo obiettivo. In questa sede, mi interessa parlare di uno strumento molto potente per perseguire con successo la finalità di aprirsi all’estero: il coaching.

Sul piano degli obiettivi, mi sembra chiaro che se l’economia locale è stagnante (e quella Umbra è, per quanto possa essere paradossale, più stagnante di quella dell’Italia intera), le soluzioni vanno cercate prima di tutto al di fuori dei “mercati tradizionali”. Che si tratti di agriturismi, della ricerca del lavoro per un neolaureato, o di clienti per un professionista, mi sembra chiara la necessità di “aprire nuove strade”, ad esempio: contattare vacanzieri attraverso canali diversi dal solito (da qui l’esplosione del web), smettere di inviare centinaia di curriculum alle solite liste di aziende italiane, proporre i propri servizi professionali su piattaforme o con modalità innovative.

Rimanere stolidamente attaccati a “ciò che ha funzionato nel passato” può rivelarsi una strategia suicida e penso che in gran parte l’attuale stagnazione umbra ed italiana siano spiegabili con un ostinato attaccamento ad abitudini ormai inefficaci. Uno degli elementi che, a mio parere, sono più cristallizzati nella cultura umbra è l’atteggiamento (ottimo, se sei nel dodicesimo secolo e le persone si conoscono tutte, un po’ meno se volente o nolente vivi in un mondo globalizzato dove le persone viaggiano) di “fidarsi solo di ciò che si conosce”: interagire con interlocutori dei quali sappiamo prevedere le reazioni, perché ci abbiamo interagito in passato. Pur se rassicurante, questo atteggiamento fa sì che si escludano automaticamente dal proprio “raggio visivo” proprio quei campi dai quali emergono più promettenti le opportunità. Andare oltre questo “conservatorismo delle relazioni”, rompere lo schema del “si è sempre fatto così” diventa allora il primo passo per costruire qualcosa di diverso. Faticoso, certo, perché è impossibile dare per scontato “l’altro”. Ma promettente.

Nel mio lavoro di coach di comunicazione in inglese, incontro sopratutto clienti che sono giunti a questa constatazione: se voglio che la mia situazione (aziendale o professionale) cambi, devo cambiare prima di tutto io stesso, a partire dalla mia maniera di comunicare.

Da qui, si entra in un territorio sconosciuto, perché interagire con “lo straniero” comporta prima di tutto se non abbandonare almeno rendere più flessibili i propri schemi consolidati di comunicazione con l’altro. Se possiedi un agriturismo in Umbria e t’interessa che questo business si sviluppi, non puoi sederti sulla favoletta del cuore verde e dell’Umbria mistica e aspettare prenotazioni, ma devi dare un servizio che soddisfi una clientela sempre più eterogenea, che può provenire indifferentemente da Vigevano o da Shanghai, e quindi devi essere in grado di soddisfare sia la classica casalinga lombarda che il Sikh col turbante. Se hai in tasca una laurea in ingegneria o in economia, non puoi partire dal concetto che “gli amici degli amici” ti trovino un posto, ma devi comprendere i tuoi punti di forza, i tuoi obiettivi di crescita professionale, trovare un contesto nel quale i primi possano essere apprezzati, e i secondi soddisfatti, e convincere il tuo interlocutore che c’è un incontro potenzialmente fruttuoso da esplorare.

Incidentalmente, mantengo la promessa fatta nell’articolo precedente e spiego perché è sciocca la frase fatta che “l’Università non prepara al mondo del lavoro”. E’ una sciocca frase fatta perché l’Università non deve e non può “preparare al mondo del lavoro”, perché il suo compito è fornire cognizioni, schemi di lettura, e non esperienze pratiche. La parola chiave è appunto questa: esperienza. Esperienza, dal latino experior: mettersi alla prova, sperimentare, misurarsi, tentare, affrontare.

L’esperienza, cioè un’azione concreta all’interno di una situazione non nota precedentemente, è ciò che ci permette di costruire modelli di reazione e di interazione con l’altro, mentre la conoscenza “teorica” (quella alla cui trasmissione è dedita l’Università) ci consente di interpretare le situazioni, dargli un senso dopo che si sono materializzate.

Se da una parte quest’affermazione ci dà la misura del funzionamento di alcune aziende italiane (povere “fornitrici di esperienza”, a voler essere gentili), dall’altra ci indica anche che il primo strumento per “aprirci all’estero” e “sviluppare relazioni nuove con partner al di fuori del contesto conosciuto” è creare e vivere delle esperienze. Nel mio lavoro, la totalità dei clienti arriva dopo essere rimasta insoddisfatta dei classici “corsi di inglese” – e la ragione di questa insoddisfazione è che un corso di inglese può trasmetterti la conoscenza della lingua, ma non può farti sviluppare la capacità di impiegarla correttamente. Puoi sapere “cosa” dire, in altre parole, ma non sai “come” dirlo – e quando stai affrontando un colloquio di lavoro in inglese ciò che interessa l’intervistatore è proprio la tua capacità di sbrogliartela con una situazione di fronte ad un interlocutore sconosciuto, convincendolo dei tuoi meriti.

Negli anni, ho sviluppato un metodo di coaching che ha come obiettivo proprio l’acquisizione di esperienza, più che la trasmissione di teorie e concetti. Vuoi affrontare con successo un colloquio di lavoro? Più che studiare, serve praticare. Sottoporti a delle situazioni il più possibili simili a quella reale che andrai ad affrontare, per il maggior numero possibile di volte, in maniera tale che quando ti troverai ad affrontare la “realtà reale”, l’intervista vera, quella che determina se sarai o meno assunto, i tuoi schemi comportamentali (la tua capacità di reazione a degli stimoli che sono sostanzialmente impossibili da prevedere in anticipo) si indirizzeranno da soli verso la reazione “giusta”. Perché avrai già sperimentato la situazione molte volte prima, e saprai osservare il tuo interlocutore, comprendere cosa sta chiedendoti, e saprai anche dire di no se la situazione o i tuoi obiettivi personali lo richiedono. Da questo punto di vista, il coaching è un ottimo strumento per sviluppare competenze di relazione (io mi occupo di relazioni di business con partner esteri, ma il coaching negli ultimi anni ha avuto successi strabilianti in moltissimi campi, dallo sport, allo sviluppo personale, all’arte, alla psicologia) perché è basato su un modello che non è quello della trasmissione di nozioni, quanto piuttosto quello della creazione di un contesto in cui sia possibile simulare in maniera sicura una situazione reale, e quindi acquisire esperienze, rifletterci sopra, ed espandere la propria capacità di risolvere sfide nuove. Il coach non è un insegnante, perché non ha nulla da insegnare. Il coach (dal francese “coche”, carrozza), è uno strumento che “ti tras-porta” da un luogo (il tuo attuale insieme di competenze) ad un altro: le competenze di relazione che ti mettono in grado di interagire anche con persone sconosciute in situazioni mai sperimentate prima. In quanto tale, il coaching è uno strumento in grado di farci uscire dal pantano della stagnazione.

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