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La spaventosa battaglia delle competenze

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Nel mio ultimo contributo (pubblicato anche su Umbria24), ho affermato che la sfida attuale per lavoratori ed imprese della nostra regione consista nell’aprirsi all’estero attraverso un cambiamento radicale e concreto del nostro modo di interagire. Che si tratti di un colloquio di lavoro in lingua, o dello sviluppo di alleanze di business con imprese estere, ho affermato nell’articolo, il primo passo è la disponibilità ad apprendere e sopratutto a “disimparare abitudini e modi di fare che non hanno senso nel contesto attuale”. Parto da qui per chiarire più concretamente di cosa si tratti.

La necessità di modificare le proprie abitudini è una condizione comune a tutti i clienti che incontro nel mio mestiere di coach di comunicazione in inglese e francese. Che si tratti d’imprenditori, professionisti, consulenti, di studenti universitari o di laureati, tutti si scontrano con quest’ostacolo. Ad un primo impatto, tutti trovano “difficile” proprio l’atto iniziale (più avanti spiego che la difficoltà non esiste, in realtà): disimparare, ed aprirsi a nuove e più efficaci modalità di comunicazione per raggiungere i propri obiettivi, per superare il colloquio di lavoro, stringere una alleanza con un’impresa estera, condurre a buon fine una trattativa.

Un caso recente può fornire un ottimo esempio di questo fenomeno e di come superarlo. Da circa sei mesi, sto aiutando uno studente asiatico residente in Umbria a prepararsi ad affrontare il test di ammissione in inglese alla Facoltà di Economia (si, sembra miracoloso ma esistono anche università italiane che offrono corsi di laurea tenuti unicamente in inglese). Ho chiesto al brillante giovane studente di spiegarmi la sua idea di quali siano le competenze richieste per superare con successo il test, che include anche un esame orale. La prima risposta, comune (ed altrettanto errata) alla gran parte dei miei clienti, è stata “l’inglese, ovviamente”. La seconda, “la conoscenza delle materie di studio”. In realtà, entrambe le risposte si basano su una comune, ed errata convinzione: che l’ingrediente fondamentale per avere successo sia nel bagaglio di conoscenze a disposizione della persona. Utilizzando un’analogia, gran parte delle persone è convinta, sbagliando, che il successo nel lavoro o nello studio dipende da “quanti Gigabyte di conoscenze” siano accumulate nel proprio “hard disk”. Errore importante: oltre al fatto che un nuovo lavoro, o un nuovo ruolo da universitario, o da partner di un’impresa estera comporta necessariamente l’acquisizione ex novo di conoscenze specifiche all’attività che si andrà a svolgere (e magari l’obsolescenza di quelle già possedute), lo sbaglio sta in una concezione distorta di cosa sia in effetti una competenza, o una skill, come viene chiamata in inglese. Che si tratti di un esame di ammissione, un colloquio di lavoro, o un business meeting, è la competenza ciò che l’interlocutore ha più interesse a verificare, a testare. Per continuare con l’analogia: non è la capacità dell’hard disk, ma la funzionalità del software installato. Ed è quindi sulle competenze che occorre in primo luogo riflettere ma anche (e sopratutto) lavorare. Per poterle migliorare, modificare e, se del caso, acquisire ex-novo. “Secondo te, quali sono le competenze critiche per superare con successo il tuo esame di ammissione?”: questa domanda ha lasciato il mio diligente studente asiatico basito. C’è rimasto di stucco, perché una volta chiarito che l’inglese e le materie di studio non hanno nulla a che fare con le competenze, lo studente non era in grado di comprendere cosa gli stessi chiedendo, né riusciva a trovare dei riferimenti validi nella sua esperienza. Il passo successivo è stato ripetere la domanda impiegando questa volta una definizione un po’ più specifica: “quali pensi che siano le competenze necessarie per superare l’esame a livello intellettuale, emotivo e fisico?”. La risposta, ancora una volta, ha rivelato una concezione molto interessante, tra l’altro condivisa da moltissimi dei miei clienti: “ti riferisci al sorridere quando affronto l’esame orale? Al fatto di essere simpatici durante il colloquio?”. Nuovo imbarazzo quando ho spiegato che interagire con un interlocutore che ci sta valutando richiede un insieme complesso di skills: le capacità fisiche di muovere la muscolatura della bocca e della gola per ottenere una pronuncia corretta e in generale di accompagnare ciò che si dice con una postura, un tono di voce, uno sguardo che rinforzino il messaggio (non a caso, una delle competenze critiche di un qualsiasi selezionatore del personale è saper “leggere” la comunicazione non verbale del candidato); capacità emotive di gestione dello stress implicato in un colloquio di valutazione e di richiamo della propria storia personale, per renderla convincente, “vera”; capacità intellettuali di analisi critica di ciò che l’altro ci sta dicendo, di confronto dialettico (questo è incomprensibile in Italia, paese dove si premia soprattutto la sottomissione ai superiori, ma all’estero una delle competenze più apprezzate è la capacità di esprimere critiche costruttive a ciò che dice la persona che ci sta valutando) e sopratutto di sintesi. Usando una metafora: essere in grado di “andare oltre gli alberi per vedere la foresta”. Da ultimo, la skill più importante, che coinvolge intelletto, fisico, ed emozioni: saper entrare in una relazione empatica con l’interlocutore, comprendendo ciò che ci sta realmente chiedendo.

Ribadisco: che si tratti di uno studente, un neolaureato, un professionista, un imprenditore, un’azienda o l’economia di una intera regione come l’Umbria, superare la crisi richiede principalmente la disponibilità a mettersi in gioco per sviluppare competenze: imparare a fare, ad agire, in modo diverso da quello al quale siamo abituati e col quale siamo confortevoli – ed è questa la ragione per cui gran parte delle persone trovano “difficile” incamminarsi su questa strada. Molti finiscono così per lasciar perdere, ritraendosi nel proprio “spazio sicuro” e consolandosi con delle spiegazioni che chiamano in causa insormontabili ostacoli esterni. Alcuni però accettano la sfida, come il mio giovane studente asiatico. Nel prossimo pezzo cercherò di chiarire in che modo, attraverso il metodo del coaching, si possa lavorare sulle competenze e, incidentalmente, spiegherò perché lo slogan che “l’Università non prepara al mondo del lavoro” sia una sciocchezza pazzesca.

Nel frattempo, però sarebbe forse il caso che anche noi umbri cominciassimo a chiederci se siamo veramente disposti a metterci in gioco, a disimparare, a metterci al lavoro con intelletto, corpo ed emozioni per trasformare l’economia della nostra amata regione in un progetto che tenga veramente la strada.

AngeloFanelli*

 *Ex docente Bocconi ed ex professore di Management e Risorse Umane in diverse business school statunitensi ed europee, Angelo Fanelli è nato a Perugia, dove vive e scrive libri (tra cui molto successo ha avuto il pamphlet ironico contro la globalizzazione intitolato “Fate Poco. Ovvero come un anziano settantaduenne mi convinse a mollare la gestione delle Risorse Umane per cercare una gestione umana delle risorse”, ed. liberopensatore.it, 2011), favole per bambini, spettacoli teatrali, e prodotti multimediali. Professionalmente, Angelo lavora da anni come coach di comunicazione in inglese e francese e consulente aziendale.

Aprirsi all’estero: una sfida culturale per le aziende umbre

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Il paradosso dell’economia umbra: si susseguono evidenze incontrovertibili alle quali fanno eco una pletora di chiacchiere: lasciando ovviamente da parte l’inconcludenza e la superficialità dei nostri politici, i comportamenti concreti di imprenditori e lavoratori continuano a basarsi su “ricette” general-generiche prive di impatto sui problemi attuali. I giovani continuano a cercare un “posto” senza saper come fare, le aziende continuano a cercare il nero, ma il rosso si accumula.

Fatto: l’economia umbra è in uno stato pietoso. Nel Rapporto Annuale sulle Economie Regionali appena pubblicato Bankitalia sottolinea: “la produzione di beni e servizi è aumentata … la dinamica si è tuttavia indebolita. Sul fatturato delle imprese industriali ha inciso il minore contributo fornito dalla componente estera della domanda […] Lo sviluppo del turismo, in atto da un triennio, si è bruscamente interrotto dopo il verificarsi degli eventi sismici”. La ricetta sembra semplice quindi: aprirsi all’estero. Purtroppo, mancano delle indicazioni pratiche sul come conseguire quest’obiettivo.

Perché? Perché in genere (a parte poche luminose eccezioni) manca la comprensione di cosa comporti veramente “aprirsi all’estero”: cambiare il nostro modo di interagire. Che si tratti di turisti stranieri in Umbria, o prodotti umbri all’estero, o trovare lavoro come expatriate, l’ostacolo rimane culturale. E la cultura non è “chiacchiere”, ma un elemento estremamente concreto, che condiziona i comportamenti quotidiani. La “chiusura umbra” dal sapore medievale che tanto a lungo ha caratterizzato la percezione che gli altri hanno della nostra Regione, oggi, nel 2017, è diventata una zavorra pesante che impedisce ad individui ed imprese di “volare veramente”, costruendo e sviluppando rapporti mutualmente soddisfacenti con partner che hanno radici diverse dalle nostre. E’ su questi aspetti che si può e si deve intervenire, con metodi e tecniche specifiche.

Provo a dare esempi concreti. Nella mia attività di coach di comunicazione in inglese e francese aiuto da anni professionisti ed imprenditori umbri ad “aprirsi all’estero” per affrontare colloqui di lavoro in inglese o gestire clienti e fornitori internazionali. Ciò che vedo è che emerge sempre lo stesso limite culturale: l’idea che basti sapere l’inglese per interagire efficacemente. Il primo passo nel mio lavoro è sempre lo stesso: portare il cliente a comprendere che l’inglese, in sé e per sé, è solo il punto di partenza. Oltre al necessario, però, serve l’indispensabile: la consapevolezza di dover ripensare (spesso cambiare radicalmente, ed esistono dei metodi per questo) il nostro modo di comunicare. La consapevolezza, la volontà e la voglia di mettere in atto dei cambiamenti, nel nostro comportamento quotidiano e nel funzionamento dell’impresa per poter, realmente, aprirsi all’estero e risollevare l’economia umbra.

Da circa un anno sto aiutando una piccola impresa del perugino a sviluppare nuove modalità di comunicazione (in inglese, ovviamente) con una multinazionale scandinava di cui l’azienda è distributrice. Punto di partenza, la frustrazione: “quando c’è un problema, l’addetto di turno insiste nel dire che la procedura non prevede quello che chiediamo”. Qui, la lingua c’entra poco. C’entra molto di più l’atteggiamento: i miei clienti hanno avuto successo per decenni grazie alla loro capacità di comunicare da persona a persona in maniera informale, senza filtri, basandosi sulla fiducia della “conoscenza reciproca”. Con una multinazionale questo non funziona, ma diventa addirittura un fattore di complicazione perché viene interpretato come una dimostrazione della “solita imprecisione e pressapochismo degli italiani”. Completamente all’oscuro delle sagge soluzioni sviluppate dagli italiani nei secoli per girare intorno agli ostacoli frapposti dalle infinite burocrazie borboniche, un nordeuropeo non riesce proprio a concepire questa maniera di interagire. Magari sogna di venire in vacanza in Italia e godere dell’atmosfera informale del nostro paese, ma quando si tratta di business si aspetta una adesione scrupolosa a quanto dettato dalla sua burocrazia. Ogni volta, gli imprenditori della piccola azienda familiare si trovano allo stesso punto: questi stranieri non sono “corretti”, non hanno alcuna “etica” perché mancano di considerazione per i problemi incontrati dai loro partner. Una conclusione perfettamente logica, in un posto dove “si conoscono tutti”. Ma l’Umbria, se si apre veramente, non è e non sarà più in un posto dove “si conoscono tutti”! Nel contesto internazionale questa conclusione diventa un vicolo cieco, e la frustrazione si accumula finché non si giunge all’inevitabile: lasciar perdere e concentrarsi sul “business as usual”, su “quello che abbiamo sempre fatto e che finora ha funzionato”. Peccato che questo sia un lusso che non possiamo più permetterci: continuare come se nulla fosse, come se avessimo una comprensione totale del contesto nel quale ci muoviamo.

 

Col mio cliente, grazie al coaching, stiamo lavorando su questo: sulla disponibilità ad apprendere: imparare a comunicare con partners che hanno una visione e un modo di agire diversi dai nostri – e questo apprendimento lo possono raggiungere solamente le persone, i singoli, che si tratti dell’imprenditore o dei suoi collaboratori, e poi, eventualmente, l’impresa nella sua interezza. Per superare l’ostacolo, stiamo anche lavorando sulla disponibilità a disimparare: cioè mettere da parte, quando necessario, quel “nostro modo di fare” che non ha più senso con le sfide attuali. I risultati ad oggi sono incoraggianti e il mio cliente sta cominciando a porsi nell’ottica (e costruire gli strumenti concettuali per) capire quali sono i meccanismi e le regole di funzionamento di un’azienda nata e cresciuta a migliaia di chilometri da Perugia. Per capire, e magari entrare in una relazione dialettica quando serve – e giungere, magari, a “smussare gli spigoli scandinavi” oltre che a “raddrizzare le curve italiane”.

The coaching blog

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Affidarsi al coaching per imparare l'inglese o il francese richiede innanzitutto una comprensione di cosa sia e come funzioni questo metodo. Su questo blog, trovi materiali & riflessioni sul coaching, le storie dei progetti svolti, e molto altro....

 

Livelli di apprendimento nel coaching

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L'identificazione dei livelli di conoscenza della lingua, e di conseguenza degli obiettivi del processo di coaching è basata sul confronto tra il coach e il cliente ed ha come principale strumento la curva di apprendimento. Ecco un esempio di impiego di questo strumento per la identificazione di tempi ed obiettivi del percorso di coaching con un cliente:

 

 

Esperienze||Il dilemma "soft skills"

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Il vantaggio principale del coaching, perlomeno per me che ci lavoro, è che ogni cliente è una storia nuova. Ogni storia, una nuova rotta di apprendimento da tracciare, sulla base di un dialogo continuo su obiettivi, metodi e modalità migliori per raggiungere efficacemente la destinazione.

Molto spesso, la negoziazione, la discussione, l'aggiornamento degli obiettivi continuano dalla prima fino all'ultima sessione! Scegliere il coaching significa sopratutto assumersi in prima persona la responsabilità del proprio apprendimento.

Ecco alcune storie di clienti coi quali ho lavorato o sto lavorando (per riservatezza, i nomi sono stati cambiati)...

Comunicare le competenze - hard e soft

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Un CV pieno di competenze tecniche, ma come fai a comunicare efficacemente le tue "competenze soft" in un colloquio in inglese?

Ingegnere quarantenne, Gianmarco sta progettando il prossimo passo della sua carriera: fare un'esperienza lavorativa all'estero, dopo più di dieci anni passati come tecnico in un importante Ministero. All'orizzonte, due opportunità, entrambe allettanti, remunerative, e, sopratutto caratterizzate da una selezione basata su un colloquio di lavoro in inglese. Qualcosa che Gianmarco non ha mai sperimentato, poiché fin dalla laurea, quindici anni prima, ha accumulato esperienze in imprese private italiane (notoriamente abborracciate quanto a metodi e tecniche di selezione del personale) o all'interno della Pubblica Amminstrazione (ruoli di grande responsabilità a livello tecnico, ma con assegnazione per concorso pubblico).

Ora, entrambe le opportunità presentano lo stesso ostacolo: che sia una posizione in Asia per un'importante multinazionale come responsabile dei processi tecnici di un grande stabilimento, o un ruolo di consulente esperto nel suo settore professionale per conto di una delle Direzioni Generali della Commissione Europea a Bruxelles, Gianmarco dovrà fronteggiare tra qualche mese due importanti colloqui in inglese.

Dall'alto della sua esperienza professionale, Gianmarco ha già ben chiara la direzione da prendere col coaching e gli ostacoli principali da superare: il suo inglese è ad un ottimo livello, e c'è veramente poco da fare dal punto di vista della pronuncia, della grammatica o dell'ampiezza e profondità del linguaggio tecnico padroneggiato:

"come faccio ad affrontare la parte del colloquio fondata sulle mie 'soft skills?'", si chiede Gianmarco

Il problema è, essenzialmente, "politico": riuscire a comunicare efficacemente nel corso del colloquio in inglese le proprie competenze, sopratutto le mitiche "soft skills" - qualcosa che, tipicamente, per un ingegnere è "fuffa", ma che per un esperto di selezione del personale è il pane quotidiano: la valutazione del profilo psicologico, e delle "competenze soft" possedute dal candidato.

Nel caso del colloquio per la Commissione Europea, poi, il problema è duplice, perché il suo incarico comporta delle responsabilità di "coordinamento e policy diffusion", cioé la capacità di "persuadere una rete eterogenea di stakeholder" che le policies emanate dalla Commissione sono valide e devono essere implementate.

"Come posso sperare di essere valutato meglio di candidati che hanno un profilo "politico", più che tecnico come il mio?", questa la domanda con la quale Gianmarco arriva al primo colloquio.

 

"When it comes to soft skills, most people think they are all about those warm-and-fuzzy people skills. Yes, it's true people skills are a part of the equation, but that's just for starters", afferma Peggy Klaus nel libro The Hard Truth About Soft Skills: "While hard skills refer to the technical ability and the factual knowledge needed to do the job, soft skills allow you to more effectively use your technical abilities and knowledge. Soft skills encompass personal, social, communication, and self-management behaviors. They cover a wide spectrum of abilities and traits: being self-aware, trustworthiness, conscentiousness, adaptability, critical thinking, attitude, initiative, empathy, confidence, integrity, self-control, organizational awarenss, likability, influence, risk-taking, problem solving, leadership, time management, and then some. Quite a mouthful, eh?!"

 

Il fatto che si chiamino "soft" non significa che siano competenze irrilevanti!

 

Insieme, stabiliamo un "contratto" basato sul principale punto di forza del coaching:

nel risicato tempo a nostra disposizione, (due mesi) lavoreremo principalmente sul simulare il colloquio di lavoro in inglese.

La mia esperienza (e sopratutto, il mio spirito "sadico" he he) mi consente di mettere Gianmarco sulla graticola per un tempo e una durata sufficienti a permettergli di riflettere su come funziona il processo e sviluppare autonomamente le sue proprie risposte, trovando la "sua verità".

Paradossalmente, poi, verrà fuori nel corso del coaching che l'idea che Gianmarco si era fatta (che un profilo tecnico come il suo sarebbe stato svantaggiato rispetto ad un profilo politico) non era del tutto corretta: un profilo tecnico era esattamente ciò che era richiesto in entrambi i casi, caratterizzati da pressanti esigenze di presidiare, attraverso competenze tecniche, una dimensiona dal forte rischio economico, sociale e politico.

"Nel mio caso, avanzato, ho trovato anche un vero coach molto efficace", mi ha scritto oggi Gianmarco dal suo nuovo lavoro in Asia: "oltre l'inglese, ho appreso anche alcune tecniche di colloquio e conservo i preziosi schemi che preparava durante il coaching per il successo di un intervista di lavoro".  

 

 

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