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Era ormai passato un anno dall’inizio del percorso di coaching, e Michele era giunto ad un punto molto delicato del processo di costruzione degli obiettivi. Già dopo i primi mesi, eravamo infatti riusciti a trasformare il “sogno iniziale” in un obiettivo specifico, concreto, ed ambizioso: lavorare sullo sviluppo di quelle competenze che gli avrebbero consentito di essere un imprenditore aperto all’estero, un manager capace di costruire relazioni con partners non italiani ed un leader in grado di condurre l’impresa verso nuove direzioni. Insieme, avevamo concluso che il livello di ambizione dell’obiettivo avrebbe richiesto un impegno ben più elevato di quello stabilito inizialmente (vederci due volte la settimana, in sessioni di due ore ciascuna) e soprattutto che sarebbe servita molta costanza e perseveranza: poiché stavamo puntando all’acquisizione di competenze, e non “regolette”, erano necessari tempi più lunghi; soprattutto, una certa ripetitività ci avrebbe consentito di “fissare nel profondo” quelle esperienze necessarie a Michele per raggiungere un certo livello di efficacia nella comunicazione con interlocutori esteri. In modo a volte sorprendente le simulazioni che avevamo costruito, molto vicine al suo vissuto quotidiano, cominciavano a dare i primi frutti: un giorno, felice, mi raccontò di essere riuscito a condurre una riunione con il Chief Executive Officer di una multinazionale, una performance non da poco per un giovane imprenditore di meno di trent’anni.

Era passato, appunto, un anno, e come coach, non potei che rimanere perplesso quando, settimana dopo settimana, mese dopo mese, Michele cominciò ad annullare i nostri incontri. Riflettendoci sopra, esclusi la possibilità che quelle cancellazioni fossero un modo “timido” per comunicarmi che il cliente non aveva più intenzione di continuare: sarebbe stato il colmo! Più di un anno di lavoro per imparare a comunicare…e non riesci a dirmi che hai deciso di interrompere l’esperienza?! Impossibile, conclusi. Il motivo addotto, “i mille impegni che si accumulano” non poteva che essere veritiero, anche se mi lasciava perplesso: se siamo d’accordo sul fatto che sono proprio gli “impegni lavorativi” il “materiale” sul quale lavoriamo, che senso ha attendere che questi ti “lascino un po’ libero per dedicarmi al coaching?” Se siamo d’accordo sul fatto che, idealmente, vorresti avere al tuo fianco il coach lungo tutto l’arco della tua giornata lavorativa, che senso ha dire “ho altro da fare”?

Mi resi allora conto che questo fenomeno era il segno del prossimo ostacolo che Michele avrebbe dovuto affrontare: trasformare i suoi obiettivi in una visione. Anche se eravamo riusciti a trasformare il sogno di Michele in un obiettivo concreto e tangibile, questo rimaneva comunque uno tra i tanti: obiettivi potenzialmente in conflitto tra loro, e oggettivamente, in competizione per la risorsa più limitata, il tempo e l’attenzione di Michele. Come il classico cameriere che fa equilibrismo tra i tavoli con sette o otto piatti da portata, Michele stava cercando di dare tempo ed attenzione a tutto ciò che gli si presentava davanti. Se fosse riuscito a trasformare il nostro obiettivo condiviso in una visione, riflettei, tutto questo sarebbe stato superato: la visione è onnicomprensiva, panoramica, non confligge ma integra tra loro i diversi obiettivi in un quadro coerente. Non c’è, e non può esserci un aut aut, perché c’è una comprensione profonda che il lavoro tocca le abitudini comportamentali che mettiamo in scena sul teatro del nostro vissuto quotidiano, e quindi gli “impegni” non sono qualcosa che entra in conflitto con il coaching, ma sono la materia stessa sulla quale il coaching opera ed una opportunità per fare delle esperienze orientate ad apprendere qualcosa di utile.

Riportando l’esempio al livello dell’economia di un intero paese, credo che per poter permettere una reale e tangibile apertura all’estero della nostra Italia sia necessario innanzitutto “fare spazio” alle iniziative che perseguono obiettivi di apertura all’estero, e che propongono un cambiamento dei modelli di business. Finché le “risorse importanti” come il denaro (pubblico, ma anche e soprattutto quello privato), il tempo e l’attenzione dei media, dei cittadini, delle fondazioni bancarie, delle aziende, delle associazioni, finché queste risorse scarse sono monopolizzare dagli obiettivi di “ordinaria amministrazione”, tutta la buona volontà del mondo non riuscirà a farci uscire dalla situazione di crisi attuale e ci lascerà esattamente come prima: cullati dai dolci sogni di apertura all’estero. Ottenere il cambiamento senza intervenire sui nostri processi quotidiani, le nostre abitudini consolidate, diventa molto difficile. Con Michele, e con l’economia del nostro paese, la mia riflessione non può che concludersi con la classica frase da fumetto: riusciranno i nostri eroi…?

 

AngeloFanelli*

 

 

 

*Ex docente Bocconi ed ex professore di Management e Risorse Umane in diverse business school statunitensi ed europee, AngeloFanelli è nato a Perugia, dove vive e scrive libri (tra cui molto successo ha avuto il pamphlet ironico contro la globalizzazione intitolato “Fate Poco. Ovvero come un anziano settantaduenne mi convinse a mollare la gestione delle Risorse Umane per cercare una gestione umana delle risorse” (ed. liberopensatore.it, 2011), favole per bambini, spettacoli teatrali, e prodotti multimediali. Il suo ultimo libro uscito nel settembre 2017 si intitola “A Casa dello Yogi. Esperienze di yoga nell’ashram italiano” (ed. liberopensatore.it). Professionalmente, Angelo (www.communicationskill.it) lavora da anni come coach di comunicazione in inglese e francese e consulente aziendale.

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