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Una delle domande più frequenti che mi viene fatta dai miei clienti: quali sono le differenze tra coaching di lingue e un normale corso di inglese? Sapendo che l’unico modo per comprendere queste differenze sta nel vivere in prima persona l’esperienza del coaching e poi giudicare da per se stessi, normalmente mi limito alla risposta standard: il coaching è basato su un 100% di conversazione in inglese, dove l’italiano è esplicitamente “vietato”. Nella maggioranza dei casi, le persone si accontentano di questa risposta. A volte, invece, trovi un cliente che non si accontenta della prima risposta (sono quelli che ti danno più soddisfazione) e ti trovi costretto a spiegare più in profondità, arrivando sì ad essere più preciso ed esaustivo, ma anche avvicinandoti pericolosamente al rischio di spiacevoli malintesi. Provo a spiegare con un esempio.

Michele, poco meno di 30 anni, è figlio di un piccolo imprenditore locale, e mi chiama per “migliorare il mio inglese”. Come nella media dei clienti che mi contattano, Michele ha un buon inglese di base e, come di consueto, quando indago più a fondo per identificare un obiettivo quantificabile, tangibile, mi chiarisce che ciò che desidera è in realtà portare il suo inglese ad un livello che gli consenta di condurre negoziazioni con i partner internazionali della piccola impresa familiare, fondata dai suoi genitori che tra qualche anno gli sarà completamente affidata. Michele ha già avuto diverse esperienze di corsi d’inglese, trovandosi sempre insoddisfatto dell’esperienza, senza però essere in grado di chiarire (soprattutto a se stesso) le ragioni concrete di questa insoddisfazione.

Una prima sessione di prova lo convince a dare fiducia al mio metodo di coaching e così intraprendiamo insieme un percorso di apprendimento “a comunicare in lingua inglese con l’obiettivo di raggiungere entro dicembre 2017 un livello tale da permettergli di negoziare con i partner internazionali”. Cominciamo quindi ad approfondire il vocabolario specifico del business english e della negoziazione, finché dopo qualche mese entrambi ci rendiamo conto che stiamo concentrandoci in gran parte su un aspetto molto circoscritto del tema della negoziazione: la capacità di gestire efficacemente relazioni interpersonali, specie in un contesto di tipo dialettico. In queste situazioni ciò che conta è saper far valere le proprie ragioni unendo sapientemente l’aspetto del confronto razionale tra opinioni contrastanti a quello, tutto “soft”, della capacità di saper “leggere” le persone e i loro stati emotivi. Una volta emersa questa esigenza (grazie al fatto di confrontarsi con un coach che ha studiato per molti anni le tematiche della psicologia e della sociologia del lavoro, dell’organizzazione e della strategia aziendale, oltre ovviamente il tema della comunicazione e della leadership), il passo successivo è stato quello di porre di nuovo la domanda: qual è la ragione per la quale stai affrontando un percorso di coaching di comunicazione in inglese? Sei ancora convinto che la ragione di questa scelta sia il voler essere in grado di gestire delle negoziazioni internazionali, oppure si tratta di qualcosa di diverso?

La ragione dell'insoddisfazione nei confronti del corso d'inglese emerge così in tutta la sua evidenza se consideriamo la seguente storia. Tornando a casa di notte, un uomo incontra un ubriaco a quattro zampe sotto un lampione. "Che succede", gli chiede. L'altro risponde: "ho perso le chiavi di casa, e le sto cercando". Così, l'uomo si mette anche lui a quattro zampe e comincia a cercare, senza successo. Dopo un pò di tempo chiede all'ubriaco: "scusa, ma sei sicuro che le chiavi le hai perse qui?". E l'altro: "assolutamente no! Le chiavi le ho perse laggiù, a trecento metri da qui". "Ma scusa, allora perché le stai cercando qui?", domandò l'uomo sempre più perplesso. E l'ubriaco: "perché lì c'è buio, invece qui c'è il lampione!".

Dal mio punto di vista, questa è una prima risposta più approfondita alla domanda sulla differenza tra corso d’inglese e coaching: se anche puoi avere in entrambi i casi una conversazione al 100% in inglese, ciò che cambia radicalmente con il coaching è il contenuto della conversazione. Col corso d'inglese ti trovi a disquisire su "the cat is on the table", col coaching affronti qualcosa di diverso e più importante. Nel caso di Michele, il perno della conversazione era (e rimane a tutt’oggi, due anni dopo quella prima sessione) la definizione e ri-definizione dei suoi obiettivi professionali. Posto la seconda volta di fronte alla stessa domanda, Michele giunse ad ammettere, prima di tutto con se stesso, che il suo “vero” obiettivo, quello dal quale si sentiva motivato ad impegnarsi nel percorso di coaching, era la volontà di diventare un “imprenditore a tutto tondo”, una seconda generazione imprenditoriale capace di prendere in mano l’azienda fondata dai genitori e gestirla in modo indipendente con altrettanto successo – e quindi non solo un imprenditore, ma anche un manager, capace di affrontare le decisioni difficili per il futuro dell’azienda attraverso una logica impeccabile, e un leader, in grado di “mostrare la via” a tutte le persone coinvolte nel progetto collettivo “impresa”, motivandole e facendole sentire parte di un vero “team”, una squadra affiatata. Giunti a questo punto, Michele fu abbastanza scosso dallo sviluppo di questa consapevolezza ed affermò: “sembra quasi che stiamo facendo psicanalisi”. In un certo senso era vero: avevamo “scavato” nelle sue motivazioni profonde, scoprendo delle ragioni molto forti che lo spingevano a volersi migliorare; dall’altro lato, però, esiste un abisso tra coaching e psicanalisi.

Contrariamente alla psicanalisi che può spesso risolversi in processo solipsistico nel quale si finisce per decenni a rimestare nell’inconscio senza alcun obiettivo tangibile, nel caso del coaching l’indagine ha uno scopo ben preciso e definito: individuare, in un tempo definito, punti di forza e di debolezza nelle “abitudini di pensiero” del cliente per poterli se necessario “aggiornare” rendendo il cliente più capace di affrontare efficacemente le proprie sfide professionali ed umane. Non una relazione tra “psicanalista e paziente” che indaga nel pozzo oscuro delle nevrosi, quanto piuttosto una “partnership” per diventare consapevoli di alcuni “schemi mentali” predefiniti e, nel caso in cui se ne verifichi l’”obsolescenza”, “aggiornare il software”. Nel caso di Michele, apprendere l’inglese ma anche e soprattutto, diventare un imprenditore di cui la propria famiglia possa andare orgogliosa. Qualcosa che, a ben vedere, un corso di inglese difficilmente può dare.

(Raggiunto l’obiettivo “sapere l’inglese entro dicembre 2017”, Michele ed io stiamo ora lavorando sui suoi veri, più profondi, interessi).

 

 

AngeloFanelli

 

*Ex docente Bocconi ed ex professore di Management e Risorse Umane in diverse business school statunitensi ed europee, AngeloFanelli è nato a Perugia, dove vive e scrive libri (tra cui molto successo ha avuto il pamphlet ironico contro la globalizzazione intitolato “Fate Poco. Ovvero come un anziano settantaduenne mi convinse a mollare la gestione delle Risorse Umane per cercare una gestione umana delle risorse” (ed. liberopensatore.it, 2011), favole per bambini, spettacoli teatrali, e prodotti multimediali. Il suo ultimo libro uscito nel settembre 2017 si intitola “A Casa dello Yogi. Esperienze di yoga nell’ashram italiano” (ed. liberopensatore.it). Professionalmente, Angelo lavora da anni come coach di comunicazione in inglese e francese e consulente aziendale.

 

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