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Riusciranno i nostri eroi?

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Come coach linguistico, ho la possibilità di toccare con mano delle dinamiche che riguardano tutti coloro che cercano strade per aprirsi all’estero e costruire nuovi modelli di business. Una in particolare è la difficoltà di trasformare i sogni in obiettivi. Se infatti è chiaro a tutti che gli attuali modelli di business italiani stanno mostrando la corda in maniera pesante, dall’altra è a dir poco complicato passare dalle dichiarazioni di principio (i sogni) all’indicazione di azioni concrete da fare per raggiungere uno o più risultati tangibili (gli obiettivi). Saper gestire questo passaggio è l’aspetto chiave per poter realmente mettere in atto un cambiamento, che si tratti dell’economia di una regione come la nostra, di quella di un’azienda, o dei comportamenti lavorativi di una singola persona. Provo a chiarire con un esempio tratto dalla mia esperienza di coach d’inglese con un giovane imprenditore.

Un piccolo gesto giusto...

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Sai quando incontri una persona sconosciuta e in pochi minuti arrivi a “sentire” di cosa quella persona è fatta? Si, lo sai perché ti è già successo, come è successo a me il mese scorso, sulle strade di Nuova Delhi, dove mi ero recato per un viaggio di cinque settimane.

Certo, voglio raccontarti l’incontro con l’anziano Bhutanese Baldev Singh perché è stato uno di quegli incontri “speciali” che succedono raramente, e quindi degno di nota. Ma soprattutto voglio raccontarti di questo incontro perché voglio convincerti a seguirmi in un gesto: aprire il tuo portafoglio e dare una mano ad una persona speciale.

 

L'ubriaco e il lampione...

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Una delle domande più frequenti che mi viene fatta dai miei clienti: quali sono le differenze tra coaching di lingue e un normale corso di inglese? Sapendo che l’unico modo per comprendere queste differenze sta nel vivere in prima persona l’esperienza del coaching e poi giudicare da per se stessi, normalmente mi limito alla risposta standard: il coaching è basato su un 100% di conversazione in inglese, dove l’italiano è esplicitamente “vietato”. Nella maggioranza dei casi, le persone si accontentano di questa risposta. A volte, invece, trovi un cliente che non si accontenta della prima risposta (sono quelli che ti danno più soddisfazione) e ti trovi costretto a spiegare più in profondità, arrivando sì ad essere più preciso ed esaustivo, ma anche avvicinandoti pericolosamente al rischio di spiacevoli malintesi. Provo a spiegare con un esempio.

Michele, poco meno di 30 anni, è figlio di un piccolo imprenditore locale, e mi chiama per “migliorare il mio inglese”. Come nella media dei clienti che mi contattano, Michele ha un buon inglese di base e, come di consueto, quando indago più a fondo per identificare un obiettivo quantificabile, tangibile, mi chiarisce che ciò che desidera è in realtà portare il suo inglese ad un livello che gli consenta di condurre negoziazioni con i partner internazionali della piccola impresa familiare, fondata dai suoi genitori che tra qualche anno gli sarà completamente affidata. Michele ha già avuto diverse esperienze di corsi d’inglese, trovandosi sempre insoddisfatto dell’esperienza, senza però essere in grado di chiarire (soprattutto a se stesso) le ragioni concrete di questa insoddisfazione.

Coaching: partire col piede giusto...

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Uno degli aspetti interessanti del lavoro di coach di lingue è la possibilità di scoprire interessanti “strategie di attacco alla lingua” sviluppate dai clienti che si incontrano di volta in volta.

Giovanna è la proprietaria di un agriturismo di lusso nei dintorni di Perugia. Mamma di quattro figli ormai grandi, ha deciso di migliorare il suo inglese e mi ha contattato per mettere in piedi un “piano d’attacco” che gli consenta non tanto di interagire con i clienti esteri che frequentano la sua struttura (cosa che sa già fare col suo buon livello di inglese) quanto piuttosto di riuscire ad “intessere delle conversazioni più in profondità con quelle persone molto interessanti che di tanto in tanto vengono a risiedere presso l’agriturismo”.

Lo strabismo della Gioconda...

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A volte, il coaching di lingue ti pone difronte a dei dilemmi amletici (un’esagerazione, ovviamente!). Federico, architetto sulla trentina, è un caso in questione. Mi ha chiamato per una sessione gratuita di prova e, come da prassi, gli chiedo di presentarsi in inglese, simulando la situazione che potrebbe trovarsi ad affrontare nel suo lavoro, la progettazione e gestione di grandi progetti di riqualificazione urbana. Mi spiega, in un inglese che ovviamente contiene qualche errore di pronuncia e ha qualche “h” di troppo (o di meno) qua e là (perché mi avrebbe chiamato, di grazia, se non ci fossero queste imperfezioni linguistiche?) in cosa consiste il suo lavoro, raccontandomi cosa fa, con chi si trova ad interagire, a cosa pensa sia il “problema” col suo inglese – cioè, mi spiega cosa vuole ottenere con il mio metodo di coaching.

La facilità con la quale parliamo una lingua è un po’ come la cucina: il fatto che una persona non sappia cucinare non vuol dire che non sappia distinguere tra un buon piatto ed uno cattivo, e Federico non fa eccezione. Ha una comprensione chiara di cosa c’è che “non va” col suo inglese, e come molti altri miei clienti, è in grado di farmi un quadro ben tratteggiato di cosa vorrebbe migliorare: aumentare il suo vocabolario, mettere una pezza ai tempi dei verbi, lavorare sulla grammatica e sulla pronuncia, sapendo che la sua capacità di esprimersi in inglese è più bassa della sua generale capacità di comprendere qualcun altro che comunica in questa lingua, opinione che non posso che condividere appena spingo sull’acceleratore del mio inglese per verificare se è vero, e constato che, in effetti, anche a velocità più elevate, Federico è ancora lì, comprende e mi segue anche se quando viene il suo turno di parlare la sua velocità e scioltezza calano.

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